6
Ago
2020
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White Light, Black Rain: la distruzione di Hiroshima e Nagasaki

Dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, nel corso degli anni, solo un numero esiguo di registi americani ha avuto la necessità di affrontare il tema della bomba atomica e raffigurare l’orrore e la tragedia, da essa scaturiti, di uno dei momenti più tragici nella storia dell’umanità.

Tra questi vi è Steven Okazaki. Cittadino statunitense di origine giapponese, ha dedicato parte della sua carriera alla stesura e direzione di documentari e film inerenti alle testimonianze degli hibakusha (sebbene il termine venga generalmente riservato alle vittime giapponesi dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, si riferisce anche alle altre decine di migliaia di sopravvissuti, prevalentemente coreani), come: Survivors (1982), The Mushroom Club (1985) e White Light, Black Rain: The Destruction of Hiroshima and Nagasaki (2007).

In un’intervista di Matthew Edwards, Okazaki ammette di aver riscontrato difficoltà nella creazione di quest’ultimo, in quanto coloro che avrebbero dovuto finanziare il progetto si sarebbero tirati indietro: “Il finanziatore americano revocò il suo aiuto economico perché gruppi di veterani iniziarono ad esercitare pressioni politiche con lo scopo di eliminare le dichiarazioni degli hibakusha. Mentre il finanziatore giapponese perché ero troppo critico verso il modo in cui il governo giapponese aveva trattato le vittime della bomba atomica”. 

In seguito ricevette una chiamata da parte del presidente della HBO Documentary Films, Sheila Nevins, che gli chiese se fosse disposto a fare un film su Hiroshima e Nagasaki, dando così finalmente vita a White Light, Black Rain. 

Vincitore del Primetime Emmy Award come “Merito eccezionale per il cinema documentario”, White Light, Black Rain presenta immagini commoventi e forti che rivelano, senza alcun tipo di censura, le irrecuperabili conseguenze che le vittime giapponesi e in parte anche coreane hanno affrontato. Osservando e ascoltando le vicissitudini dei protagonisti, attraverso i filmati in bianco e nero che rivelano e rappresentano il passato, in contrasto alle inquadrature a colori che rimandano al presente, lo spettatore viene proiettato in un percorso di angoscia e sofferenza. 

Dei cinquecento hibakusha intervistati dal regista, nel film ne vengono presentati solo quattordici, tra cui vi è anche una coreana, Panyeon Kim; sono stati scelti in base alla nitidezza dei loro ricordi, per descrivere nel modo più preciso possibile il momento delle due esplosioni. Ma oltre alle vittime, Okazaki ha voluto esporre anche il punto di vista della controparte americana, intervistando quattro membri dell’equipaggio che ha avuto l’ordine di sganciare la prima bomba su Hiroshima.

In White Light, Black Rain, vengono quindi mostrate le vicende di entrambe le fazioni, senza mai dare origine ad un dibattito sulla validità delle motivazioni che hanno portato a tali circostanze. Come afferma Okazaki: “Penso che entrambi (il pubblico americano e il pubblico giapponese) abbiano apprezzato che il film non fosse una propaganda manipolatrice e che io abbia semplicemente lasciato che le persone raccontassero le loro storie”. 

La fine della seconda guerra mondiale

È il 6 agosto del 1945 e il presidente Harry S. Truman, dalla cabina di una nave situata nell’Oceano Atlantico, annuncia in televisione la resa da parte del Giappone: un aereo americano ha sganciato una bomba su Hiroshima, portando alla vittoria gli Stati Uniti. Il filmato che mostra tale dichiarazione viene presentato in White Light, Black Rain. Si sente la voce del presidente, colma di compiacimento, posta in sottofondo a scene di soldati che combattono, muoiono e innalzano la bandiera americana sul territorio nipponico in segno di vittoria, ma anche a scene di omicidi e distruzioni causati dai giapponesi in Manciuria. La volontà del regista di iniziare White Light, Black Rain ponendo sullo stesso piano le due potenze, mette in risalto l’imparzialità che caratterizza tutto il documentario. 

Per questa missione furono utilizzati tre bombardieri: Enola Gay, la cui funzione era quella di trasportare la bomba, Great Artiste, sul quale si sarebbero misurate l’esplosione e la temperatura atmosferica, e Necessary Evil, per filmare e documentare l’evento; al bordo dei quali vi erano i quattro uomini americani intervistati da Okazaki e presenti nel film: Morris Jeppson, Van Kirk, Harold Agnew e Lawrence Johnston. A Van Kirk fu assegnato dal generale Paul Tibbets l’incarico di co-pilota dell’Enola Gay; Morris Jeppson afferma di aver avuto il compito di testare le armi che si trovavano sull’Enola Gay e di essere stato l’ultimo ad aver toccato la bomba; Harold Agnew volò sul Great Artiste e si occupò di riprendere l’esplosione; Lawrence Johnston si dedicò alla misurazione dell’energia provocata dall’esplosione della bomba atomica. Dalle loro testimonianze non trapela dispiacere, le loro frasi sono cariche di patriottismo e senso del dovere.

Morris Richard Jeppson, sottotenente dello United States Army Air Corps durante la seconda guerra mondiale

La convinzione di aver fatto la cosa giusta li porta a parlarne con Sebbene il termine hibakusha viene generalmente riservato alle vittime giapponesi dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, si riferisce anche alle altre decine di migliaia di sopravvissuti, prevalentemente coreani.entusiasmo, sebbene Okazaki rivela che: “Se si fossero presi la responsabilità dei bombardamenti, sarebbe stato più di quanto una persona possa sopportare. Non sapevano delle radiazioni. Erano dei soldati che eseguivano gli ordini che gli venivano assegnati. Il governo e i loro superiori hanno preso la decisione, non loro. […] Il più comprensivo è stato Morris Jeppson, che provava un minimo di dispiacere per le persone che avevano sofferto e che erano morte.”

Loro non furono gli unici a pensarla in questo modo, anche Paul Tibbets in un’intervista ha dichiarato: “Sapevo che stavamo facendo la cosa giusta perché sebbene fossero morte molte persone, saremmo riusciti a salvarne tante altre.” Pilota del bombardiere Enola Gay, fu egli stesso ad assegnargli il nome riprendendolo da sua madre Enola Gay Haggard. 

Nel documentario c’è un’altra scena rilevante tratta dal programma televisivo This is Your Life, in cui Kiyoshi Tanimoto, il fondatore del progetto Hiroshima Maidens, incontra per la prima volta il secondo co-pilota dell’Enola Gay, Robert A. Lewis. Un momento colmo di emozione suscitato dall’atteggiamento mortificato e sconvolto di quest’ultimo che sinceramente pentito afferma: “Mio dio, che cosa abbiamo fatto?”. 

I bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki hanno cambiato per sempre il mondo in cui viviamo. Due città furono completamente rase al suolo, centinaia di migliaia di vite furono spezzate, e innumerevoli altre portano ancora le cicatrici del 6 e del 9 agosto 1945.

In seguito si crearono delle controversie sulla decisione dell’utilizzo del nucleare. Sebbene la maggior parte degli americani non avrebbe mai osato dire o scrivere pubblicamente di essere favorevole alla morte di centinaia di migliaia di giapponesi, si iniziò a lodare la bomba atomica e a vederla come una scoperta sorprendente. Walter Niebuhr, un cittadino di New York, scrisse sul New York Times: “Forse gli scienziati moderni hanno scoperto un modo per porre fine a tutte le guerre, dopo centinaia di inutili sforzi da parte degli uomini di stato, pacifisti e gruppi economici. La scienza moderna ha vinto questa guerra per noi. La scienza moderna sta vincendo la pace per noi. E la scienza moderna fornirà una sicurezza per la vita delle generazioni che verranno.”

È chiaro che mentre i cittadini giapponesi di Hiroshima e Nagasaki stavano disperatamente cercando di rimanere in vita, la popolazione americana era sorprendentemente indifferente alle condizioni dei giapponesi e si concentrava prevalentemente sulla potenza della bomba atomica.  Essa aveva permesso di vincere la guerra contro il Giappone e di far tornare finalmente a casa i loro ragazzi. Allo stesso tempo, però, le notizie sulle malattie dovute alle radiazioni e sulle immense sofferenze, sul fatto che le vittime della bomba non fossero costitute solo da soldati o militari, ma anche da donne, bambini e anziani iniziarono a trapelare in suolo americano. La sensazione di aver oltrepassato un terribile confine si diffuse nell’aria, era stato compiuto un qualcosa che avrebbe potuto mettere in pericolo il mondo intero. Ci furono coloro che iniziarono a paragonare la strage della bomba atomica a quella avvenuta nei campi di concentramento della Germania nazista, con la convinzione che gli Stati Uniti avessero commesso un atto altrettanto orribile. Francis Walton, anch’egli cittadino di New York, impressionato dal comportamento degli Stati Uniti, espresse sul New York Times tutto il suo sconforto: “Sono inorridito dagli atti disumani che stiamo commettendo. Si tratta di un omicidio di massa, puro terrorismo… Abbiamo raggiunto il livello dei nazisti.”

Ancora adesso ci si chiede se fosse stato davvero necessario l’utilizzo delle bombe atomiche. Secondo una statistica condotta dal centro di ricerca Pew, dal 1945 fino al 2015 è gradualmente diminuita la percentuale di americani favorevoli ad esso; probabilmente rimarrà una questione su cui si dibatterà ancora a lungo in futuro. 

Vittime coreane: la lotta per i propri diritti

Nel 1910, in seguito alla conclusione del trattato di annessione nippo-coreano, la Corea divenne ufficialmente una colonia giapponese. Successivamente, il Giappone attuò cambiamenti nell’ambito dell’economia coreana. Il tradizionale sistema proprietario, che non richiedeva alcun tipo di registrazione, venne sostituito da un altro che si basava su complicati processi di catalogazione. Un provvedimento a scapito dei contadini che, a causa del loro analfabetismo, trovarono non poche difficoltà nella nuova forma di gestione fondiaria. Questo portò alla perdita di molti loro possedimenti, in contrapposizione alle classi erudite che invece riuscirono a rafforzare i propri diritti contrattuali. Inoltre, abbondanti produzioni di riso in Corea vennero esportate in Giappone, riducendo bruscamente le forniture necessarie per il consumo locale. I contadini si impoverirono e iniziarono ad andare a lavorare in Giappone, nonostante le condizioni estremamente dure che per necessità avrebbero dovuto sopportare, tra cui la discriminazione razziale.

Panyeon Kim, vittima coreana del bombardamento

Come Panyeon Kim, in White Light, Black Rain, conferma: “Durante la guerra, il Giappone confiscò tutte le scorte di riso alla Corea, così da non lasciare nulla da mangiare ai coreani. Fummo costretti a venire qui; è così che sono diventata anch’io vittima della bomba”.

Ma è importante ricordare che alcuni di loro furono anche portati forzatamente nel territorio nipponico e obbligati ai lavori forzati. La Corea era diventata una fonte di risorse umane e agricole che venivano ampiamente e pesantemente sfruttate dai giapponesi. In seguito furono stimati circa otto mila coreani uccisi dalla bomba atomica ad Hiroshima e circa due mila a Nagasaki.  Dopo la seconda guerra mondiale, ai giapponesi che vennero legalmente riconosciuti come hibakusha, venne rilasciato un certificato sanitario, il cosiddetto Hibakusha Kenkō Techō, che permetteva di usufruire gratuitamente di cure e assistenza medica. Totalmente negati furono invece i risarcimenti da parte del governo giapponese nei confronti dei sopravvissuti coreani; inoltre, tornati nella propria patria, vennero considerati relitti della società e di conseguenza nuovamente esclusi.

Nel 1965, quando venne stipulato il trattato sulle relazioni di base tra Giappone e Corea del Sud, un giornale di Hiroshima, Chuugoku Shinbun, inviò il giornalista Hiraoka Takashi in Sud Corea. Il suo obiettivo era quello di trovare hibakusha coreani e documentare le loro esperienze. Riuscì nel suo intento e rimase molto sorpreso dalle rivelazioni di cui venne a conoscenza: in Corea le due bombe atomiche vennero considerate come un mezzo che aveva posto fine non solo alla guerra, ma soprattutto alla colonizzazione giapponese. Questa interpretazione scoraggiò i coreani che erano rimpatriati, in quanto non solo soffrivano di traumi emotivi e fisici causati dalla bomba, ma anche della mancanza di comprensione da parte dei connazionali. Tornato in Giappone, Hiraoka decise di rivelare il tutto sul Chuugoku Shinbun, invitando a riconsiderare la posizione del popolo giapponese come unico popolo sofferente.

KABVA (Korea Atomic Bomb Victim Association)

Nel 1967 gli hibakusha coreani fondarono la KABVA (Korea Atomic Bomb Victim Association), un’associazione che esortava il governo a intensificare gli sforzi per richiedere al Giappone compensi finanziari per le vittime della Corea del Sud. Nel 1970 Shin Young-Soo, anch’egli hibakusha, ne divenne presidente e impegnò tutte le sue energie per assicurare loro gli stessi livelli di assistenza medica dei giapponesi. Nel 1974 andò in Giappone e ottenne il Certificato per i sopravvissuti alla bomba atomica (Hibakusha Kenkō Techō), dando inizio ad un processo che ha permesso anche alle altre vittime coreane di beneficiarne. Nel 1991 Sung Rak-koo e Won Jung-boo, i nuovi presidenti dell’associazione, riuscirono a farsi assegnare dal governo giapponese 4 bilioni di yen ($32.18 milioni) che impiegarono nella costruzione di un centro assistenza ad Hapcheon; questo venne aperto nel 1996 e ampliato nel 2009, e dispone di tre piani, comprendenti una clinica, sale da visita e altre strutture in aggiunta alle camere dei centocinque residenti. Tra di loro vi è una donna, Baek Du-Yi che ha concesso di farsi intervistare per il quotidiano Japan Times. A causa della scarsità di cibo in Corea, partì per il Giappone a bordo di una nave. Mentre lei e la sua famiglia andarono a Hiroshima per necessità economiche, molti coreani furono costretti a stare lì per lavorare o servire l’esercito giapponese.

Baek Du-Yi, vittima coreana del bombardamento

Visse il momento dell’esplosione della bomba atomica e con parole colme di astio dichiara: “Non ci saremmo trovati ad Hiroshima se il Giappone non ci avesse colonizzato, e non saremmo stati bombardati se il Giappone non avesse attaccato gli Stati Uniti. […] Prima dei bombardamenti, i giapponesi mi hanno trattato come un essere inferiore, e quando tornai a casa in Corea venni discriminata.” 

Il problema principale per Won Jung-boo, uno dei due presidenti della KABVA, è sempre stato principalmente quello di garantire sussidi medici anche alle generazioni prossime, in quanto una delle sue figlie gemelle soffre di leucemia e di cancro al seno, diagnosticati entrambi come sintomi delle radiazioni che lo colpirono: “È deplorevole che solo alla prima generazione dei sopravvissuti del bombardamento atomico venga concesso lo status di vittime da parte del governo giapponese.” 

In risposta a tali richieste, nel 2011, l’assemblea della provincia del Gyeongsang meridionale, dove è situata la contea di Hapcheon, decise infine di emanare delle norme a sostegno dei sopravvissuti delle due bombe atomiche e dei loro figli e nipoti. Esse prevedono, ancora oggi, che il governatore provinciale fornisca vari servizi: indagini periodiche sulla situazione dei sopravvissuti e dei loro figli e nipoti e la formulazione di piani di assistenza annuali per il supporto del loro benessere sociale, emotivo e fisico.

Articolo scritto da Maryrin

 

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